mercoledì 30 settembre 2015

Figli di insegnanti

Ogni tanto dalle telefonate con mamma emerge anche qualcosa di sensato.
Topic di oggi: gli insegnanti e i loro figli.
Mamma è un'insegnante, e io sono sua figlia.

Quando ero alle elementari, mamma la vedevo sempre. Insegnava nella scuola dove andavo io: lei ogni giorno ci stava un quattro-cinque ore, io otto. Dannato tempo prolungato.
Dal momento che io a casa c'ero prima delle otto e dopo le quattro e mezza -e mamma aveva lo stesso orario di lavoro- voi potreste pensare che appena uscita/e da scuola mamma e io stessimo sempre insieme, facendo tutto ciò che una mamma e una figlia insieme possono fare.
E invece ... non era proprio così scontato. Perché, finito l'orario scolastico, a mamma toccavano i collegi docenti (detti anche "collegi indecenti"), le riunioni, le programmazioni (che poi io non ho mai capito che diavolo programmavano!), interclasse, riunioni con gli altri insegnanti del circolo didattico, progetti di omicidio del dirigente scolastico, riunioni per il POF - che non è l'onomatopea delle feci che cadono nel gabinetto ma è il piano dell'offerta formativa (che io non ho ancora capito che cosa sia dopo tredici anni di scuola) - e le riunioni per la continuità sia con le materne che con le medie. Tutti i santi giorni. Quindi diciamo che mamma a casa prima delle sette e mezza di sera non c'era mai.
Cinque anni dopo, approdo alle medie. Grazie al cielo non ho più il tempo prolungato - yeeee! - e quindi torno a casa alle due. Mi aspetta un solitario pomeriggio in compagnia dei miei stramaledetti compiti. E li faccio. Non li capisco, ma li faccio.
E' lì che capisco la differenza tra mamma insegnante e papà informatico. Se non mi viene un'espressione in matematica, mamma me la spiega mentre papà la svolge e me la fa copiare senza spiegarmi i passaggi né dove ho sbagliato. E poi si chiedevano com'è che io di matematica non avessi mai la sufficienza se non grazie a qualche miracolo (o ai bigliettini con le formule nascosti dentro le tavole numeriche).
Al liceo...mamma chi la vede più? Davvero, non c'è mai a casa. E' sempre a scuola. Sempre in quella cavolo di scuola a insegnare a quei cavolo di alunni e a riunirsi con quei cavolo di colleghi coordinati da quel cavolo di dirigente scolastico. Mamma la mattina esce alle otto meno un quarto, insieme a me. Ma, a differenza mia, non torna mai a casa prima delle otto e mezza di sera. Una gioia, vero?
E va da sé che quando mamma torna a casa, dopo millanta ore di scuola, definirla isterica mi pare un eufemismo. Lo vedo che ha la testa che le scoppia e che ne ha per le balle di ascoltare i problemi che possono avere due figlie, una liceale e una ancora alle medie. Però io voglio fare due chiacchiere. Ma no: ha la testa che le scoppia. E allora va da sé che io mi chiudo nel mio mondo. E non è così difficile: basta mettere gli auricolari e attaccarli all'iPod o al computer. Non è affatto difficile. In quel mondo tutto ha senso, tutto funziona. E soprattutto, in quel mondo non mi sento sola. (E poi uno mi chiede perché mi piace stare da sola. Semplice: mi ci sono abituata)

Perché in effetti i figli degli insegnanti passano tanto tempo da soli. Gli insegnanti infatti mettono - come è giusto che sia - il loro lavoro prima della loro famiglia. Ogni tanto chiedevo a mamma se lei sapesse di avere un marito e due figlie, dal momento che c'erano dei giorni in cui non ci incrociavamo nemmeno per sbaglio girando per casa. Mi sentivo dire, giustamente, che quello era il suo lavoro e che di beccarsi tutte quelle riunioni non lo aveva scelto lei. "Mi sembra logico, sennò saresti una deficiente", pensavo.

Mamma trascorre molto più tempo con i suoi alunni che con me e con mia sorella. Ora io vivo fuori e questo è un altro discorso...ma mia sorella, che adesso ha 15 anni, sta passando esattamente quello che ho passato io quando avevo la sua età. (Sembra che stia parlando di un passato preistorico, ma giuro che non sono così vecchia!) Solo adesso forse si sta rendendo conto di cosa vuol dire avere una mamma che è sempre a scuola a fare dell'altro, e che quando hai bisogno di parlare con lei ha la testa che scoppia e l'unica cosa che vorrebbe è il silenzio assoluto. Che non ha, perché ha due figlie. O le figlie o il silenzio. Non hai altre possibilità di scelta, è un aut-aut. O per dirla in tedesco, è un entweder...oder.

L'insegnante, come tutti i lavori, richiede tanta pazienza, attitudine e ... nervi saldi.
Non si può fare contemporaneamente l'insegnante e il genitore.
O il lavoro o i figli.
Un avvocato lavora con documenti. Un informatico lavora con computer. Un biologo lavora con parameci e esserini unicellulari.
Un insegnante lavora per la formazione di persone che saranno gli adulti di domani. Hanno una responsabilità gigantesca. Non possono permettersi di svolgere il loro lavoro alla carlona (o per meglio dire: alla cazzo). Non possono nella maniera più assoluta. Quindi o questo o quello. Non tutti e due. A meno che tu non sia Wonder Woman: in tal caso... ok, tutti e due. Un insegnante, appena arriva a casa, finisce di frantumarsi i nervi dovendo star dietro ai figli. E poi è ovvio che il giorno dopo a scuola non ce la fa e fa la sua lezione con le scatole girate e senza nemmeno un briciolo di entusiasmo. (Ecco perché voi dite che gli insegnanti sono degli incompetenti)

Con questo non intendo dire che gli altri lavori sono meno faticosi, e non voglio neanche dire che solo i figli degli insegnanti vivono questa situazione.
Dico solo che PORCA DI QUELLA MISERIA il prossimo che viene a dirmi che gli insegnanti non si devono lamentare perché hanno due mesi di ferie d'estate, quindici giorni a Natale e una settimana a Pasqua e perché lavorano solo quattro ore al giorno per cinque giorni a settimana si prende una sprangata sulle gengive.

lunedì 28 settembre 2015

Giornata coralmente bella

Ieri i belliffimi (scoprirete presto perché) cori in cui canto si sono avventurati nella provincia di Pordenone. Obiettivo: una giornata corale.
Riassunta così.

Preparazione di divisa, cena al sacco e tutto ciò che un concerto richiede: 40 minuti. Di solito ci metto almeno due ore.
Viaggio in pullman durante il quale scopro che i miei spartiti sono al contrario rispetto alla scaletta di entrambi i concerti.
Si arriva sul posto. Ad accoglierci, un tiepido sole e tanti, tanti cori. Noi siamo uno dei tre cori ospiti, in fondo. Ci si mette la prima divisa: polo colorata e pantaloni neri. Foto arcobaleno con coristi sorridenti!
Primo concerto. Prima di noi canta un coro di alpini. Esattamente a metà della loro esibizione, le campane attaccano a suonare di brutto. E' mezzogiorno. E suonano per un casino di tempo. Non potete sapere i miei timpani come stavano.
E insomma, si canta. Pezzi mai provati, posizione mai provata, acustica ... facciamoci una risata. Non solo non sentivo le altre sezioni né tantomeno la tastiera...ma non sentivo nemmeno i miei vicini!
Un corista che attacca fuori tempo c'è sempre. Stavolta succede con "Nel blu dipinto di blu". Bene, abbiamo davvero inaugurato la stagione corale.
Non si capisce bene come, ma siamo arrivati alla fine.
Pranzo vicino a un coro di alpini che evocano il cibo armonizzando un "Gavemo fame!!!" molto apprezzato.
Ci si va a cambiare per il secondo concerto. Camicia nera, foulard rosso (che fa "veri veri profèscional") e pantaloni neri. E intanto fi fanno i felfie. I belliffimi corifti di Triefte che fanno i felfie. Tutto deriva da un'immagine stupidissima trovata su Facebook di non mi ricordo chi che dice "Facciamo un felfie!" e quindi siamo andati avanti così a fare foto decisamente demenziali. Ma ci siamo divertiti tantissimo.
Secondo concerto. Imperdibile un corista che, a dieci minuti dal concerto, tira fuori la grappa.
Dopo il concerto proviamo, insieme a un altro coro femminile, "Hallelujah" di Leonard Cohen arrangiato da un certo direttore di fama internazionale che chiameremo con il nome di fantasia di "Cadrega". Chi sta in ambiente corale sa di chi si parla, o lo può intuire facilmente. In ogni caso, Cadrega fa anche degli arrangiamenti fighi... ma non questa volta. Era l'arrangiamento più inutile della storia. Ma soprassediamo. Torniamo ai camerini: proprio là ha inizio la sfilata dei cori per le strade del paese.
La mia compagna di deliri, che chiameremo con il nome di fantasia di "Compagna di deliri", si fa prendere dall'entusiasmo. Senza nemmeno guardarci, nello stesso momento rievochiamo l'ignoranza di Enrico Papi urlando "MOOOOSECAAAAAAAA!!!!!!!!!!" Chi guardava "Sarabanda" su Italia1 sa di cosa parlo. Chi non lo guardava... beh, siete meno ignoranti di noi, e per questo vi invidio un po'.
Gli altri due brani d'insieme, oltre al brano arrangiato da Cadrega, sono due brani che chiameremo con i nomi di fantasia di "Reginaldo" e "Va' pensiero". Mentre il secondo forse sarà noto ai più, il primo decisamente non è riconoscibile. Si chiama "Canticorum jubilo", ma per noi è "Reginaldo". Quando lo abbiamo letto la prima volta, anziché "regi magno" abbiamo capito "Reginaldo". Mi raccomando, ci dicevamo a prova, nessuno deve ridere e nessuno deve cantare "Reginaldo" perché le parole sono "regi magno". E indovinate chi era il contralto esterno che ha sbagliato le parole e per poco non è stata assalita da un attacco di ridarola? Esatto. Poi ho scoperto che anche un soprano ha commesso lo stesso errore, e quindi mi sono sentita anche meno stupida.
Il secondo brano è "Va' pensiero", che possiamo anche chiamare "Il brano del corista che ziga" (Per i non triestini: zigar = urlare). Quando i coristi narrano che un corista - ieri assente - canta perennemente in playback meno "Va' pensiero" durante il quale ziga di brutto, non puoi pensare di non riuscire a ridere mentre sei lì sul palco. E ridendo sotto i baffi ancora un po' ti strozzi, respirando troppo di fretta e troppo presto e salvandoti in corner sulla nota lunga finale.
Ci si corre a cambiare, si zompa sul pullman e si torna a casina. Stanchi ma felici. Ma tanto stanchi eh.

E' stata davvero una bella giornata.
Non c'è niente di più bello di cantare in coro.
E' vero che quando canti i respiri di tutti vanno all'unisono, è vero che siamo tutti lì con tanta passione e tanto entusiasmo con la voglia di cantare bene ma soprattutto di divertirci.
Non nascondo che per me non è sempre stato così leggero cantare in coro. Ho avuto un lungo periodo di crisi dal quale sono uscita semplicemente trasferendomi a Trieste.
Un grazie davvero immenso a tutti i coristi perché mi fanno sentire in famiglia, perché sono sempre cocolissimi, perché mi fanno tanto ridere, perché sopportano le mie idiozie, perché ridono davanti ai miei appunti stupidi sugli spartiti, perché forse hanno capito che un minimo di potenziale ce l'ho.
E giusto ieri ho scoperto di essere l'unica non triestina del coro. E sono ben contenta di esserla.

Come diceva il vecchio Nietzsche, "Ohne die Musik wäre das Leben ein Irrtum".

sabato 26 settembre 2015

La cassa rapida

Al termine della spesa. Cassa rapida.
Io sono piena di cose e sto cercando di metterle nei sacchetti senza distruggere niente.
O almeno facendo meno danni possibili.

Cassa: "Rimuovere tutti gli articoli imbustati"
Io: "Se non stai zitta ti rimuovo io"


giovedì 24 settembre 2015

Provaci ancora Prof!

C'è su Rai1 una fiction. "Provaci ancora Prof!"
Siamo arrivati alla sesta serie. Io la seguo dalla prima puntata della prima serie.
Protagonista: Camilla Baudino, una professoressa di lettere in un liceo, interpretata da Veronica Pivetti.
Camilla è una professoressa decisamente atipica. Perché? Semplice: perché parla con i suoi alunni, li ascolta, cerca di capirli, cerca di andare oltre i programmi del Ministero, cerca di aiutarli quanto più possibile ogni volta che sono implicati in qualche caso, cerca di capire cosa gli passa per la testa.
E infatti... è finta. E' il personaggio di una fiction.
Io avrei tanto voluto avere una professoressa come la Baudino. Una professoressa che mi aiuta così tanto come lei fa con i suoi alunni.
Valla a trovare una professoressa vera che aiuta così tanto i suoi alunni.

E vai anche a trovare una persona che davanti a Paolo Conticini riesce a rimanere impassibile.
Io non ce la farei.

Anno nuovo, orario nuovo

Anno nuovo, orario nuovo.
Ma del cavolo. Peggio di quello dell'anno scorso.

Lunedì avrò due ore di olandese e due di lettorato francese.
Martedì avrò due ore di lettorato tedesco e due ore di LIS.
Mercoledì (reggetevi forte) avrò: tre ore di Discipline sociolinguistiche e geografiche (non chiedetemi che cos'è, ma è una delle materie obbligatorie e quindi...,ndC), due ore di italiano, due ore di lettorato tedesco, due ore di lingua tedesca e due ore di lettorato francese. Per un totale di UNDICI ORE. Dalle 8 alle 19. Senza pausa in mezzo. Io credo che mi suiciderò.
In compenso fino a gennaio ho il giovedì libero. Poi a gennaio avrò tre ore di letteratura francese.
Per chiudere l'orario avrò al venerdì due ore di traduzione tedesca e due ore di traduzione francese.

Scusate, ma all'idea di dover affrontare così questo anno accademico mi viene male.
Questo sì che si chiama disagissimo.

martedì 22 settembre 2015

Alla ricerca del Problema

Houston, abbiamo un problema.
E non ci voleva una laurea per capirlo. Abbiamo davvero un problema.
Il problema ha un nome composto da sette lettere (anche il mio nome è composto da sette lettere... Coincidenze? io non credo) che inizia per T- e finisce per -edesco.
Insomma, sì... è un problema.

Quando ero in seconda liceo dovevo scegliere quale terza lingua fare. Già facevo inglese e francese, e dall'anno seguente avrei studiato anche tedesco o spagnolo. Ma quale delle due?
Ero fermamente convinta di voler studiare spagnolo. Assolutamente. Non chiedetemi perché, non lo so.
Un giorno una prof di tedesco - che poi è la prof che mi ha massacrata per tre anni - è venuta a fare supplenza nella mia classe. Ci ha insegnato due cosine in tedesco, come "Come ti chiami?" o contare da uno a dieci. Bene: queste due cosine mi hanno folgorata. E ancora una volta, non so perché. So solo che sono rimasta affascinata da quella lingua e da quei suoni così duri, così diversi da quelli dolci e zuccherosi del mio amato francese. Perché comunque il francese viene prima di qualsiasi cosa.
E insomma, ho deciso di iniziare a studiare tedesco. Con il senno di poi mi viene da dire: non l'avessi mai fatto.

Perché del tedesco non ci si libera mai. Il tedesco ti rimane appiccicato addosso. Una volta che entri nel vortice del tedesco, non ne esci più. E se credi di esserne uscito, in realtà sei più prigioniero che mai. E' come una corda che ti avvolge: più credi di liberarti, più lei ti stringe.
E qui arriva il Problema.
Il problema è che io con il tedesco, soprattutto all'ultimo anno, non ho avuto proprio un rapporto meraviglioso. Anzi. Diciamo pure che, complice la letteratura tedesca che dall'inizio del Novecento in avanti non mi è piaciuta nemmeno un pochino, lo odiavo proprio. Ogni giorno mi chiedevo perché diavolo non stessi studiando quella lingua caliente, accogliente ma soprattutto facile chiamata spagnolo. (Diciamolo chiaramente: per un italiano, lo spagnolo è facile. Non dico che sia facile in senso assoluto perché so che ha più eccezioni che grammatica... però in confronto al tedesco sembra quasi una barzelletta) (Dopo questo, mi aspetto una mandria di iberofoni sotto casa con i manganelli e i fumogeni).
Nella Divina Commedia tenevo un segnalibro che in inglese diceva così:
Più studi, più sai.
Più sai, più dimentichi.
Più dimentichi, meno sai.
Ma allora perché studiare?
Ecco. Ma allora perché studiavo tedesco se tutto quanto mi entrava da un orecchio e mi usciva dall'altro?

A questo punto cosa rimane da fare? Diplomarsi (trallallero trallallà!) e liberarsi del tedesco. O così pare.
Perché il test di scuola interpreti l'ho fatto sia in francese che in tedesco. Il fatto che non l'abbia passato in nessuna delle due lingue è un dettaglio.
A quel punto me ne resto nella mia città a fare un anno di Lingue e letterature straniere. Francese è d'obbligo perché al mio grande amore non riesco a dire di no. E l'altra lingua? Di studiare ancora tedesco non ne ho voglia. Non mi va di studiare una lingua che odio. E allora la scelta cade sullo svedese. Perché? Perché sono cretina, ecco perché. Avrei potuto fare una di quelle lingue mainstream tipo inglese, spagnolo, portoghese o che ne so io. E invece no! La cretina che va a studiare svedese!
Ed eccolo di nuovo, il Problema.
Il problema è che lo svedese è un misto tra l'inglese e il tedesco con una pronuncia strana. Una sorta di tedesco sporco. Comunque meno sporco dell'olandese, il Calimero del tedesco.
E insomma, non riesco a studiare bene svedese perché il tedesco fa interferenza. Una lingua che so male fa interferenza su una lingua che so ancora peggio. Andiamo bene. Ma forse i miei genitori quando dicevano che quella delle lingue non era la mia strada...non dicevano proprio delle cazzate.
Ma io, testarda e cocciuta, vado avanti.
E allora facciamoci quest'anno di svedese con interferenza di tedesco. In pratica...svedesco.

Durante l'anno di svedesco sentivo che mi mancava qualcosa. Ma cosa? Non riuscivo a capirlo.
Dopo lunghe riflessioni, sono arrivata a una conclusione: a mancarmi così tanto era il tedesco.
Anche grazie ai musical l'ho un pochino ripreso, con la promessa di recuperarlo al cento per cento se avessi passato il test a scuola interpreti (il mio Trieste-II).
Una volta passato il test, ho ricominciato a studiare tedesco.
E via con attacchi d'ansia, panico e senso di inadeguatezza. A lezione mi deprimevo e mi veniva da piangere, mi sentivo un'emerita pippa in confronto a tutti gli altri miei compagni di corso.
Appena uscivo dall'università però tornavo nel mio mondo fatto di musical, di musica sacra e di performer. Magicamente tutto tornava, e il tedesco tornava a essere il mio amico di sempre.
Ma poi mi devo rimettere sui libri. E di nuovo il panico e l'ansia.

Quindi ho capito qual è il problema.
Il problema non è il tedesco. E il problema non sono nemmeno io.
Il Problema è che io studio tedesco.

lunedì 21 settembre 2015

Ma io me ne vado

Esame di tedesco (quello di cui ho scritto l'altro giorno).
Oggi abbiamo avuto i risultati.

18 candidati.
12 bocciati.

Ma forse qui dovremmo farci due domande.
Se siamo davvero noi che siamo dei deficienti o se sono le lettrici che sono delle simpaticissime merde.