Dentro di me, nella mia testa, ho un neurone.
Questo neurone lo immagino a forma di omino.
Un omino piccolo e stilizzato, come quelli che disegnano i bambini.
Ecco. Questo omino per la maggior parte del tempo vorrebbe urlare, ma non lo fa. Perché ho imparato a dirgli di stare zitto.
Quando sento che questo omino vorrebbe urlare, apro il computer e scrivo.
E cosa scrivo?
Ah, nulla di che. Semplicemente lascio che l'omino nella mia testa si sfoghi. Infatti è lui che in questo momento mi sta dicendo cosa devo scrivere. E' lui che muove le mie dita sulla tastiera del computer. E' lui che mi sta dicendo di scrivere in italiano e di dominare il codeswitching che mi farebbe scrivere in francese o in tedesco.
Comunque, l'omino....cosa sta urlando?
Sta urlando che questo stramaledetto esame che devo dare martedì lo sta facendo diventare scemo. Figurati a me.
E' un esame che si basa sull'insieme di lezioni frontali più insensate della terra.
Un professore che blatera cose che non stanno né in cielo né in terra. Come tutti i professori, mi viene da dire. Diciamo che solitamente i professori dicono una marea di cazzate. Se ne trovi uno che non dice cazzate, puoi gridare al miracolo.
Comunque, come puoi pretendere di spiegare una cosa senza spiegarla davvero e fornendo solamente degli esempi che non c'entrano niente con quello che dovresti spiegare?
Per di più in una lingua malefica e complicata come l'italiano.
Perché diciamolo chiaramente: l'italiano è un po' una lingua del cavolo.
Sono la prima che passa il tempo a urlare che il tedesco è difficile, che è una lingua complicata, che è tutto così complesso, che non ci si capisce una cippa. Ma l'italiano è ben peggio.
Perché il tedesco è...tedesco. E in quanto tale, è preciso, ordinato e regolare. E anche ciò che è irregolare, nella sua irregolarità ha una sua regolarità. Anche i verbi irregolari a loro modo sono regolari. Ad esempio, nei verbi normali il participio ha la desinenza -t. I verbi irregolari li riconosci perché non hanno la desinenza -t. E quale desinenza hanno? -en. Semplicemente -en.
Non come in questo cavolo di italiano malefico in cui per imparare i verbi irregolari devi andare ad accendere un cero alla Madonna. Perché immaginate uno straniero che deve imparare - esempio classico - il passato remoto del verbo "cuocere".
Ora: chi cavolo lo usa il passato remoto del verbo "cuocere"? Nessuno.
Ma cosa ce ne frega che è "io cossi, tu cuocesti, egli cosse, noi cocemmo, voi coceste, essi cossero"?
A me personalmente, niente.
E dove la vedete la regolarità? Non c'è. E' un verbo irregolare, e infatti non c'è regolarità. Ho scoperto l'acqua calda.
E invece in tedesco i verbi irregolari, anche se irregolari, hanno una regolarità.
"Ich gehe" diventa "Ich ging". E quindi hai il tema, "ging-". A questo tema devi aggiungere le desinenze delle persone, ottenendo quindi "Ich ging, du gingst, er ging, wir gingen, ihr gingt, Sie gingen". E quelle desinenze sono uguali a tutti i tempi e a tutti i modi della lingua tedesca. Per dire.
Il tedesco è difficile, ma l'italiano è peggio.
E io sono ben felice di essere di madrelingua italiana perché almeno tutte queste cose le so in automatico e non devo stare a imparare qualche miliardo di eccezioni di una lingua del cavolo.
Per tornare al mio stramaledetto esame, parliamo un secondo dell'accettabilità grammaticale delle frasi.
Secondo voi, la frase "Se avevi spedito la lettera, adesso non saremmo nei guai" è grammaticalmente accettabile?
Per il mio professore, è grammaticalmente accettabile.
Ma dico io....STIAMO SCHERZANDO?
Sei un professore di lingua italiana, non di lingua francese! In francese infatti nel periodo ipotetico non si usa il congiuntivo ma l'indicativo. Quindi questa frase in francese sarebbe grammaticalmente corretta. "Si tu avais envoyé la lettre..." e blah blah blah.
Ma dal momento che siamo in lingua italiana, non è assolutamente ammissibile usare l'indicativo nel periodo ipotetico. O meglio, non nella frase secondaria del periodo ipotetico. Ovviamente nella principale è ammissibile. Nella secondaria però assolutamente no. Giusto per dire il livello di degrado.
E poi ci lamentiamo che la gente "inniorante" non sa il congiuntivo. Ma nascondiamoci tutti, va'.
Ancora un ultimo punto - anche se da lamentarmi ne avrei parecchio.
Dal salumiere: "Buongiorno, volevo un etto di prosciutto".
Lo volevi? E allora perché adesso sei qui e me lo stai chiedendo? Se lo volevi (tempo passato) non lo chiedi adesso (tempo presente)!
Si chiama imperfetto di cortesia, così dice la slide del mio prof.
Ma io mi chiedo... sono io l'unica cretina che usa sempre il condizionale presente al posto dell'indicativo imperfetto? Perché se chiedi una cosa devi usare il presente, non l'imperfetto!
Episodio significativo: con una mia amica qualche anno fa eravamo qui in zona, a Lignano. Decidiamo di prendere un gelato, e lei dice: "Buonasera, volevo un cono con (gusto1) e (gusto2)". Il gelataio la guarda e risponde prontamente: "Lo volevi. Adesso non lo vuoi più. Il prossimo!" Solo ora capisco perché ha risposto in quel modo. Roba che gli farei un applauso.
Perché usiamo l'imperfetto per indicare un'azione presente? Uno dei grandi dubbi dell'italiano.
Allo stesso modo: "Ma dov'è A? Boh, sarà di sopra". No, non sarà di sopra. E' di sopra. In questo momento mentre tu stai chiedendo dove si trova. Quindi se stai descrivendo un qualcosa che avviene nello stesso momento in cui tu stai parlando (quindi nel presente) perché diavolo usi il futuro? Lo chiamano futuro epistemico. Sembra una malattia tipo l'orticaria. O forse mi ricorda semplicemente la parola esantematico e quindi mi ricorda di quando ero piccola e mi è venuta la varicella? Non lo so. Sta di fatto che trovo assolutamente insensato utilizzare un tempo che non sia il presente per indicare un avvenimento che sta accadendo nello stesso momento in cui tu stai parlando.
Bene. Il mio omino si è un pochino sfogato e mi dice che sta un po' meglio. Anche le mie dita stanno meglio, avevano bisogno di "tapeter" un pochino sulla tastiera. Era tanto che non scrivevo così tanto e così di getto.
Come avrete visto, io mi lamento tanto della grammatica italiana ma sono la prima a scrivere in un italiano pessimo. Non sono sempre così, credetemi.
Se avrò ancora qualche sfogo italiano.... il mio omino sarà felice di urlare ancora un po'.
E volevo ringraziarvi per aver letto tutto fino a questo momento.
No. Vi voglio ringraziare ora. Quindi devo usare il presente. Perché l'avvenimento sta avvenendo adesso.
Va bene, adesso basta.
sabato 12 settembre 2015
venerdì 11 settembre 2015
Un anno fa
Un anno fa ero a Genova e avevo letto le graduatorie.
Lingua Francese. Trentatreesima su novantacinque. Idonea. Ammessa.
Non ci credevo. Era troppo, troppo bello.
Non ci speravo nemmeno più. Mi sembrava di aver fatto un esame dignitoso ma non sufficiente per entrare. Chi ha sentito i miei commenti a caldo subito dopo l'esame si ricorderà che ero decisamente soddisfatta, ma si sa...i ripensamenti dei giorni successivi ti fanno venire mille dubbi. E quindi ero arrivata alla conclusione di aver fatto uno schifo e mi ero anche rassegnata. Per quello, quando ho aperto le graduatorie, ho iniziato a leggere dal primo dei non ammessi. Vediamo quanto ho fatto schifo.
E il mio nome non c'era. Era poco sopra, in neretto, penultimo del primo gruppo di ammessi.
Un'emozione troppo grande. Ho iniziato a urlare come se fossi posseduta. Ho trascinato mia sorella davanti al monitor chiedendole di leggere quel cognome, quel nome e quella data di nascita. Ero davvero io?
Da quel giorno la mia vita è cambiata.
Un anno fa non avevo fiducia in me stessa, adesso ne ho. Poca, ma ne ho.
Ho capito che posso combinare qualcosa di grande, e che sono abbastanza cocciuta per arrivare dove voglio.
Ogni tanto mi verrebbe voglia di mollare tutto e di andare a zappare sul Carso, ma poi mi ricordo come stavo quando ero a Genova. Mi ricordo di quanto ho lottato per arrivare dove sono adesso. E' un traguardo piccolo, ma per me è immenso.
Dopo un anno ancora non mi sembra vero. Per questa ragione mi godo ogni giorno qui.
Un anno fa ascoltavo un brano di un musical tedesco cantato da Stefania Seculin.
E' un brano che in sé porta tanto della mia storia.
Il secondo ritornello in particolare è il più significativo.
Am Rand der Welt fällt Gold von den Sternen
und wer es findet, erreicht was unerreichbar war.
Sein heißt werden, leben heißt lernen.
Wenn du das Gold von den Sternen suchst,
musst du allein hinaus in die Gefahr.
Ai margini del mondo cade l'oro delle stelle
e chi lo trova, raggiunge ciò che era irraggiungibile.
Essere vuol dire diventare, vivere vuol dire imparare.
Se cerchi l'oro delle stelle,
devi andare là fuori da solo nei pericoli.
(traduzione letterale che non rende minimamente giustizia al testo tedesco, ma fa niente. Bella la vita del traduttore!)
Io l'oro delle stelle l'ho trovato. Ho raggiunto quello che - per me - era irraggiungibile.
Un anno fa la mia vita era un punto di domanda.
Ora è tanti punti esclamativi.
Un anno dopo, voglio ringraziare tutti coloro che mi sono stati vicino prima, durante e dopo.
Tutti coloro che mi sono ancora vicini e che mi sopportano e supportano nei modi più disparati.
E grazie anche a tutti coloro che mi hanno presa e buttata per terra. E' anche grazie a voi se sono qui.
E adesso prendiamo la rincorsa, finiamo questi due stramaledetti esami e partiamo con il botto. Un secondo anno accademico sta per cominciare!
Lingua Francese. Trentatreesima su novantacinque. Idonea. Ammessa.
Non ci credevo. Era troppo, troppo bello.
Non ci speravo nemmeno più. Mi sembrava di aver fatto un esame dignitoso ma non sufficiente per entrare. Chi ha sentito i miei commenti a caldo subito dopo l'esame si ricorderà che ero decisamente soddisfatta, ma si sa...i ripensamenti dei giorni successivi ti fanno venire mille dubbi. E quindi ero arrivata alla conclusione di aver fatto uno schifo e mi ero anche rassegnata. Per quello, quando ho aperto le graduatorie, ho iniziato a leggere dal primo dei non ammessi. Vediamo quanto ho fatto schifo.
E il mio nome non c'era. Era poco sopra, in neretto, penultimo del primo gruppo di ammessi.
Un'emozione troppo grande. Ho iniziato a urlare come se fossi posseduta. Ho trascinato mia sorella davanti al monitor chiedendole di leggere quel cognome, quel nome e quella data di nascita. Ero davvero io?
Da quel giorno la mia vita è cambiata.
Un anno fa non avevo fiducia in me stessa, adesso ne ho. Poca, ma ne ho.
Ho capito che posso combinare qualcosa di grande, e che sono abbastanza cocciuta per arrivare dove voglio.
Ogni tanto mi verrebbe voglia di mollare tutto e di andare a zappare sul Carso, ma poi mi ricordo come stavo quando ero a Genova. Mi ricordo di quanto ho lottato per arrivare dove sono adesso. E' un traguardo piccolo, ma per me è immenso.
Dopo un anno ancora non mi sembra vero. Per questa ragione mi godo ogni giorno qui.
Un anno fa ascoltavo un brano di un musical tedesco cantato da Stefania Seculin.
E' un brano che in sé porta tanto della mia storia.
Il secondo ritornello in particolare è il più significativo.
Am Rand der Welt fällt Gold von den Sternen
und wer es findet, erreicht was unerreichbar war.
Sein heißt werden, leben heißt lernen.
Wenn du das Gold von den Sternen suchst,
musst du allein hinaus in die Gefahr.
Ai margini del mondo cade l'oro delle stelle
e chi lo trova, raggiunge ciò che era irraggiungibile.
Essere vuol dire diventare, vivere vuol dire imparare.
Se cerchi l'oro delle stelle,
devi andare là fuori da solo nei pericoli.
(traduzione letterale che non rende minimamente giustizia al testo tedesco, ma fa niente. Bella la vita del traduttore!)
Io l'oro delle stelle l'ho trovato. Ho raggiunto quello che - per me - era irraggiungibile.
Un anno fa la mia vita era un punto di domanda.
Ora è tanti punti esclamativi.
Un anno dopo, voglio ringraziare tutti coloro che mi sono stati vicino prima, durante e dopo.
Tutti coloro che mi sono ancora vicini e che mi sopportano e supportano nei modi più disparati.
E grazie anche a tutti coloro che mi hanno presa e buttata per terra. E' anche grazie a voi se sono qui.
E adesso prendiamo la rincorsa, finiamo questi due stramaledetti esami e partiamo con il botto. Un secondo anno accademico sta per cominciare!
Vita di un neurone solo
Da questo momento "Sono dunque viaggio" diventa "Vita di un neurone solo".
Liberamente ispirato a concerto per (qualsiasi strumento musicale) solo.
La verità è che io ho un solo neurone. Solo.
Un solo neurone solo.
Ho un neurone solo che è solo.
Ho solo un neurone solo.
Ho solo un solo neurone solo.
Mi sto ingarbugliando.
Comunque, spero che abbiate capito il concetto espresso in un italiano alquanto incerto e che continuiate a seguire i miei aggiornamenti. O meglio, i nostri aggiornamenti. Miei e del mio neurone solo.
Liberamente ispirato a concerto per (qualsiasi strumento musicale) solo.
La verità è che io ho un solo neurone. Solo.
Un solo neurone solo.
Ho un neurone solo che è solo.
Ho solo un neurone solo.
Ho solo un solo neurone solo.
Mi sto ingarbugliando.
Comunque, spero che abbiate capito il concetto espresso in un italiano alquanto incerto e che continuiate a seguire i miei aggiornamenti. O meglio, i nostri aggiornamenti. Miei e del mio neurone solo.
mercoledì 9 settembre 2015
Il nuovo logo di Google
Fa schifo, vero?
E lo hanno creato i russi.
Nooooo, non ho preconcetti sui russi.
E lo hanno creato i russi.
Nooooo, non ho preconcetti sui russi.
lunedì 7 settembre 2015
Dislessia portami via
Cosa c'è scritto sul libro di Lingua Italiana (di cui ho l'esame a breve):
"...verbi finalizzati...."
Cosa leggo io:
"...verbi fidanzati..."
Mi sa che per oggi è il caso di smettere.
"...verbi finalizzati...."
Cosa leggo io:
"...verbi fidanzati..."
Mi sa che per oggi è il caso di smettere.
mercoledì 2 settembre 2015
Miramare un anno dopo
2 settembre 2014, il giorno prima del test di ammissione alla facoltà nella quale adesso studio.
Piove, fa freddo, c'è vento, c'è un tempo del cavolo.
E io decido di andare a visitare il castello di Miramare in compagnia del mio camaleonte Pascal.
2 settembre 2015, esattamente un anno dopo.
Il tempo è come un anno fa: piove, fa freddo, c'è vento. E come un anno fa, sono a Miramare. In compagnia di Pascal e della mia nuova amica ImPaperatrice Sisi in versione duck.
Andando verso il castello, vedo una ragazza che sembra più o meno mia coetanea. E' insieme a sua madre, e stanno andando a prendere l'autobus per tornare in città.
Madre: "E allora quanti posti ci sono?"
Figlia: "Trentatré"
Presumo che stessero parlando dei posti a disposizione per entrare a scuola interpreti con francese come prima lingua. Il test qui a Trieste era ieri, mentre a Forlì era oggi.
E quindi, cara ragazza che hai scelto di provare il test per scuola interpreti solamente a Trieste... non so chi sei, non so di dove sei, non so nulla di te... ma spero soltanto che il castello di Miramare ti porti la stessa fortuna che ha portato a me un anno fa prima di fare quell'esame che mi ha cambiato la vita.
Piove, fa freddo, c'è vento, c'è un tempo del cavolo.
E io decido di andare a visitare il castello di Miramare in compagnia del mio camaleonte Pascal.
2 settembre 2015, esattamente un anno dopo.
Il tempo è come un anno fa: piove, fa freddo, c'è vento. E come un anno fa, sono a Miramare. In compagnia di Pascal e della mia nuova amica ImPaperatrice Sisi in versione duck.
Andando verso il castello, vedo una ragazza che sembra più o meno mia coetanea. E' insieme a sua madre, e stanno andando a prendere l'autobus per tornare in città.
Madre: "E allora quanti posti ci sono?"
Figlia: "Trentatré"
Presumo che stessero parlando dei posti a disposizione per entrare a scuola interpreti con francese come prima lingua. Il test qui a Trieste era ieri, mentre a Forlì era oggi.
E quindi, cara ragazza che hai scelto di provare il test per scuola interpreti solamente a Trieste... non so chi sei, non so di dove sei, non so nulla di te... ma spero soltanto che il castello di Miramare ti porti la stessa fortuna che ha portato a me un anno fa prima di fare quell'esame che mi ha cambiato la vita.
martedì 1 settembre 2015
Tag 31 : la Cecy, le valigie e una notte in viaggio
Tag 31 : 31 agosto 2015
Ormai sono già arrivata a Trieste, ma è giusto raccontarvi la mia ultima giornata viennese.
Ci siamo lasciati quando ho detto che sono andata a dormire a mezzanotte e mezza. In realtà sono andata a dormire alle due perché avevo davvero troppe cose da mettere in valigia.
Insomma, con sei ore di sonno mi sveglio e finisco di mettere a posto casa, che devo (da regolamento) lasciare entro le 9. Benissimo, che problema c'è? C'è che il mio treno per l'Italia parte dodici ore dopo! E io cosa devo fare, girare tutto il giorno con una valigia, uno zaino, una borsa per il computer e altre due borse? Ma siamo matti?!
E infatti no. Mi dicono di andare nell'ufficio centrale, dove posso lasciare le valigie solo fino alle 15. E poi arrangiati.
L'ufficio è vicino al Rathaus. Una passeggiata: U4 fino a Karlsplatz e U2 fino a Rathaus. Facilissimo. Sì, ma con tutte quelle borse si è rivelato un autentico inferno.
Insomma, arrivo in ufficio, spiego perché devo lasciare lì le valigie .... e scappo.
Mi tuffo nella metro. Obiettivo: Hotel Sacher. Sono giù di morale, sono stanca, ho un nodo in gola. L'unica cosa che può sciogliere un nodo in gola è, appunto, la Sacher.
Mangio quindi un'ottima Sacher accompagnata da tantissima panna. Un paradiso, davvero.
Allora faccio ancora un giretto per il centro, andandomi a piazzare sotto gli alberi in Stadtpark. Hitze ha colpito in modo davvero pesante.
Mentre faccio per tornare verso il centro, un marpione francese ci prova con me. Ma che è, tutti io li attiro?! E insomma, questo tizio parlava mezzo tedesco e mezzo francese con spiccato accento parigino. Evviva il codeswitching! Mi dice che abita nel 12. Bezirk (che lui da bravo parigino chiama arrondissement) e mi racconta tante altre cose di cui non me ne frega niente e che conseguentemente non ascolto. Vabbé, tagliamo corto. Cortesemente lo saluto e me ne vado di nuovo dentro il Ring.
Trovo un Zielpunkt - amato supermercato!!! - e compro tre yogurt alla Schwarzwälder-Kirschtorte. Quegli yogurt mi mancano già da morire.
A quel punto è ora di tornare in Rathaus per recuperare le mie mille valigie.
Non potendo andare da nessuna parte, mi pianto in Rathauspark per riposarmi un po'.
E a quel punto.... il dramma.
Io sono una maniaca dei sacchetti di plastica. Tutto ciò che non è vestiario deve essere in un sacchetto di plastica. Scarpe, shampoo, balsamo, bottiglie d'acqua...qualsiasi cosa deve essere sacchettodiplasticata.
Da regolamento dovevo svuotare completamente la casa. Per fortuna mi rimanevano solo i barattoli del sale grosso e del sale fino. Il sale grosso l'ho messo nel suo apposito sacchetto. Il sale fino....no. Nella fretta l'ho semplicemente infilato nella borsa del computer. In Rathauspark apro la borsa del computer e quello che vedo mi lascia a bocca aperta. Montagne di sale. Montagne bianche. Sembravo la miglior spacciatrice di Vienna con tutta quella polverina bianca. Rovescio tutto quel dannato sale fuori dalla borsa e controllo che il computer funziona. Per fortuna, tutto a posto.
Però poi mi stanco abbastanza facilmente, e in Rathausplatz non c'è nemmeno una WLAN che prende.
In Volksgarten sì. E allora vado là e mi appendo alla santa WLAN per passare il tempo.
In tre ore circa ripenso a tutto ciò che ho visto, fatto e vissuto durante questi intensissimi 31 giorni e vado ancora a fare l'ultima chiacchiera viennese con Sisi.
A una certa, dopo che il sole sparisce dietro il Parlamento, vado a prendere la metro e mi dirigo verso Wien Meidling.
Del viaggio dico solo pochissime cose: innanzittutto dormire in treno è davvero impossibile per me. O mi date dei sonniferi strapesanti o non chiudo occhio, dannazione. Poi, dormire in uno scompartimento da 6 persone è davvero una partita a Tetris. Un incastro di braccia, gambe, piedi e schiene in mezzo a borse, valigie e quant'altro. In ogni caso la mia strategia di rannicchiarmi in posizione fetale e usare il mio stesso braccio come cuscino si è rivelata vincente. Non ho dormito, ma almeno ero comoda e mi tenevo caldo da sola, dal momento che c'era un'aria condizionata talmente forte che sembrava di stare in Antartide!
Parto da Vienna alle 21h44. Tutto bene finché non stiamo UN'ORA fermi a Salisburgo. In pratica il nostro treno era diviso in due parti: metà delle carrozze sarebbero andate a Zurigo mentre l'altra metà - nella quale mi trovavo io - avrebbero continuato il viaggio in direzione Venezia Santa Lucia. Per smembrare il treno e fare la sosta obbligata siamo stati un'ora in stazione. Che depressione.
Quando arrivo a Villach, per il mio cervello sono già in Italia. Infatti la stazione dopo è Tarvisio, il confine. A Tarvisio si vede decisamente molto bene la differenza tra le stazioni italiane e le stazioni austriache. Come "in che senso"? Andate in Austria, guardate le stazioni e capirete.
Dopo Tarvisio c'è Udine. E io scendo, e sono le 6h20. Dieci minuti dopo sono già a bordo di un regionale ultramoderno e ultrapulito diretto a Trieste Centrale.
Casa. Finalmente casa.
Così si concludono i #31TageInWien.
Che ne sarà ora del blog?
Continuerà a essere aggiornato, naturalmente. In fondo, anche la mia vita qui a Trieste è un viaggio continuo. Non avrà il ritmo di aggiornamento di Vienna, in cui ogni giorno c'era qualcosa di nuovo da visitare e da scoprire, e non parlerà più solamente di turismo ma forse anche di altro. Chissà.
Nel frattempo, ringrazio ancora una volta chi ha avuto la pazienza di leggermi fino a questo momento.
Grazie a tutti!!!!
LaCecy
Ormai sono già arrivata a Trieste, ma è giusto raccontarvi la mia ultima giornata viennese.
Ci siamo lasciati quando ho detto che sono andata a dormire a mezzanotte e mezza. In realtà sono andata a dormire alle due perché avevo davvero troppe cose da mettere in valigia.
Insomma, con sei ore di sonno mi sveglio e finisco di mettere a posto casa, che devo (da regolamento) lasciare entro le 9. Benissimo, che problema c'è? C'è che il mio treno per l'Italia parte dodici ore dopo! E io cosa devo fare, girare tutto il giorno con una valigia, uno zaino, una borsa per il computer e altre due borse? Ma siamo matti?!
E infatti no. Mi dicono di andare nell'ufficio centrale, dove posso lasciare le valigie solo fino alle 15. E poi arrangiati.
L'ufficio è vicino al Rathaus. Una passeggiata: U4 fino a Karlsplatz e U2 fino a Rathaus. Facilissimo. Sì, ma con tutte quelle borse si è rivelato un autentico inferno.
Insomma, arrivo in ufficio, spiego perché devo lasciare lì le valigie .... e scappo.
Mi tuffo nella metro. Obiettivo: Hotel Sacher. Sono giù di morale, sono stanca, ho un nodo in gola. L'unica cosa che può sciogliere un nodo in gola è, appunto, la Sacher.
Mangio quindi un'ottima Sacher accompagnata da tantissima panna. Un paradiso, davvero.
Allora faccio ancora un giretto per il centro, andandomi a piazzare sotto gli alberi in Stadtpark. Hitze ha colpito in modo davvero pesante.
Mentre faccio per tornare verso il centro, un marpione francese ci prova con me. Ma che è, tutti io li attiro?! E insomma, questo tizio parlava mezzo tedesco e mezzo francese con spiccato accento parigino. Evviva il codeswitching! Mi dice che abita nel 12. Bezirk (che lui da bravo parigino chiama arrondissement) e mi racconta tante altre cose di cui non me ne frega niente e che conseguentemente non ascolto. Vabbé, tagliamo corto. Cortesemente lo saluto e me ne vado di nuovo dentro il Ring.
Trovo un Zielpunkt - amato supermercato!!! - e compro tre yogurt alla Schwarzwälder-Kirschtorte. Quegli yogurt mi mancano già da morire.
A quel punto è ora di tornare in Rathaus per recuperare le mie mille valigie.
Non potendo andare da nessuna parte, mi pianto in Rathauspark per riposarmi un po'.
E a quel punto.... il dramma.
Io sono una maniaca dei sacchetti di plastica. Tutto ciò che non è vestiario deve essere in un sacchetto di plastica. Scarpe, shampoo, balsamo, bottiglie d'acqua...qualsiasi cosa deve essere sacchettodiplasticata.
Da regolamento dovevo svuotare completamente la casa. Per fortuna mi rimanevano solo i barattoli del sale grosso e del sale fino. Il sale grosso l'ho messo nel suo apposito sacchetto. Il sale fino....no. Nella fretta l'ho semplicemente infilato nella borsa del computer. In Rathauspark apro la borsa del computer e quello che vedo mi lascia a bocca aperta. Montagne di sale. Montagne bianche. Sembravo la miglior spacciatrice di Vienna con tutta quella polverina bianca. Rovescio tutto quel dannato sale fuori dalla borsa e controllo che il computer funziona. Per fortuna, tutto a posto.
Però poi mi stanco abbastanza facilmente, e in Rathausplatz non c'è nemmeno una WLAN che prende.
In Volksgarten sì. E allora vado là e mi appendo alla santa WLAN per passare il tempo.
In tre ore circa ripenso a tutto ciò che ho visto, fatto e vissuto durante questi intensissimi 31 giorni e vado ancora a fare l'ultima chiacchiera viennese con Sisi.
A una certa, dopo che il sole sparisce dietro il Parlamento, vado a prendere la metro e mi dirigo verso Wien Meidling.
Del viaggio dico solo pochissime cose: innanzittutto dormire in treno è davvero impossibile per me. O mi date dei sonniferi strapesanti o non chiudo occhio, dannazione. Poi, dormire in uno scompartimento da 6 persone è davvero una partita a Tetris. Un incastro di braccia, gambe, piedi e schiene in mezzo a borse, valigie e quant'altro. In ogni caso la mia strategia di rannicchiarmi in posizione fetale e usare il mio stesso braccio come cuscino si è rivelata vincente. Non ho dormito, ma almeno ero comoda e mi tenevo caldo da sola, dal momento che c'era un'aria condizionata talmente forte che sembrava di stare in Antartide!
Parto da Vienna alle 21h44. Tutto bene finché non stiamo UN'ORA fermi a Salisburgo. In pratica il nostro treno era diviso in due parti: metà delle carrozze sarebbero andate a Zurigo mentre l'altra metà - nella quale mi trovavo io - avrebbero continuato il viaggio in direzione Venezia Santa Lucia. Per smembrare il treno e fare la sosta obbligata siamo stati un'ora in stazione. Che depressione.
Quando arrivo a Villach, per il mio cervello sono già in Italia. Infatti la stazione dopo è Tarvisio, il confine. A Tarvisio si vede decisamente molto bene la differenza tra le stazioni italiane e le stazioni austriache. Come "in che senso"? Andate in Austria, guardate le stazioni e capirete.
Dopo Tarvisio c'è Udine. E io scendo, e sono le 6h20. Dieci minuti dopo sono già a bordo di un regionale ultramoderno e ultrapulito diretto a Trieste Centrale.
Casa. Finalmente casa.
Così si concludono i #31TageInWien.
Che ne sarà ora del blog?
Continuerà a essere aggiornato, naturalmente. In fondo, anche la mia vita qui a Trieste è un viaggio continuo. Non avrà il ritmo di aggiornamento di Vienna, in cui ogni giorno c'era qualcosa di nuovo da visitare e da scoprire, e non parlerà più solamente di turismo ma forse anche di altro. Chissà.
Nel frattempo, ringrazio ancora una volta chi ha avuto la pazienza di leggermi fino a questo momento.
Grazie a tutti!!!!
LaCecy
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