Ogni volta che ascolto questo brano mi commuovo. Sono le parole che ognuno di noi in fondo vorrebbe sentirsi dire.
martedì 6 ottobre 2015
Mehr will ich nicht von dir
Ogni volta che ascolto questo brano mi commuovo. Sono le parole che ognuno di noi in fondo vorrebbe sentirsi dire.
lunedì 5 ottobre 2015
Occhiali da sole
Sono stati i miei compagni fedeli da luglio 2013 a agosto 2015. Sono stati dappertutto insieme a me.
A Parigi, a Trieste la prima volta, a Vienna a vedere "Elisabeth", a Roma la bellezza di tre volte, in Francia, di nuovo a Trieste un anno dopo, a Venezia, a Milano, ad Ancona, in giro per il Friuli...e per concludere, un mese a Vienna.
Me li aveva regalati mamma dopo la maturità.
Ora: io studiavo sul poggiolo tutti i giorni, con il sole, con le nuvole, di giorno, di notte...ero sempre là. Usavo un paio di occhiali arancioni che saranno costati tre euro al massimo. Avevano delle lenti decisamente orrende. Per miracolo non ho perso nemmeno un decimo di vista.
Solo alla fine dell'orale mamma mi ha portata dall'ottico e mi ha fatto il regalo per la maturità. Ancora prima di sapere il risultato. Che si è rivelato comunque migliore delle mie aspettative.
Con loro ho fatto anche la Color Run. Infatti le lenti avevano ancora delle macchioline arancioni.
Mi mancano tanto, i miei piccini.
Ma oggi ne ho - finalmente! - comprato un nuovo paio.
E allora, piccoli miei....benvenuti.
Saremo la coppia più favolosa della storia.
domenica 4 ottobre 2015
Dicono...
E in effetti un pochino lo è.
Generalmente quando ho la testa che mi scoppia la cosa più intelligente da fare è scrivere in modo tale da vomitare tutto quello che il mio cervello sta cercando di contenere con il rischio di scoppiare.
Ci sono volte in cui non riesco a dire tutto quello che vorrei. Infatti mi stanco molto facilmente. Non riesco a scrivere quando, quanto e come mi piacerebbe e come facevo al liceo, quando avevo il mio blog-sfogo personale, protetto da password, di cui solo io conoscevo l'esistenza. Quello sì che era bello. Scrivevo come una pazza e me ne fregavo di tutto, tanto leggevo solo io. Ma comunque nelle mie dita rimaneva un buon 80% di quello che avrei voluto buttare giù. Tutto ciò che di negativo ci potesse essere, mi rimaneva appiccicato alla punta delle dita. Non riuscivo a mettere giù le mie sensazioni nero su bianco.
E non ci riesco nemmeno adesso.
In questo momento sono appollaiata sulla mia sedia al mio tavolo con musica rilassante nelle orecchie. Ho uno strano senso di mal de vivre addosso, non so perché. Oggi non è successo davvero niente, è stata una giornata inutile da morire. Però non so che diavolo mi prende: se ci riuscissi, piangerei. Però non ci riesco nemmeno quando ho una valida motivazione per farlo. Figuriamoci piangere così a caso dal niente.
Quello che servirebbe a me è un dispositivo, collegato con il mio cervello, che possa riportare nero su bianco esattamente tutto ciò che mi passa per la mente.
Mi farebbe molta paura, perché la mente è qualcosa di incontrollabile e ogni tanto elabora pensieri decisamente inquietanti... ma forse mi servirebbe anche per capire meglio la mia situazione.
E una cosa che mi fa più che paura è che sto cominciando a capire la cosa dei "tacchi delle scarpe".
Chi ha letto "La Profe - Diario di un'insegnante con gli anfibi" di Antonella Landi (Mondadori 2007) (anche pubblicità gratis, non mi paga nessuno per farla!) può capire di che cosa sto parlando. Se non lo avete letto.... fatevi una cultura, ignoranti!
Forse però dovrei piantarla di scrivere.
Ho lo stomaco che mi sta dicendo che è decisamente ora di cena.
EEEEEEEEE bon. Si va a mangiare. Che magari mi passa anche il male di vivere.
Due in uno
sabato 3 ottobre 2015
La nuova conqui
Secondo anno di psicologia. Come le altre due.
Quindi siamo tre a uno. Tre psicologhe "contro" una piccola, minuscola, microscopica sslmittiana.
Queste mi analizzeranno tutto il giorno tutti i giorni.
Annoteranno i miei bizzarri comportamenti. Primo tra tutti: quando lavo per terra, metto l'iPod e uso il bastone del mocio come un microfono e faccio dei concerti che nemmeno Vasco a San Siro.
Mi faranno sentire più pazza e fuori di testa di quanto già io non la sia.
Il tutto mi piace tantissimo.
E diamo inizio a questo secondo anno di conquilinage nel castello di "Frozen" al quinto piano.
mercoledì 30 settembre 2015
Figli di insegnanti
Topic di oggi: gli insegnanti e i loro figli.
Mamma è un'insegnante, e io sono sua figlia.
Quando ero alle elementari, mamma la vedevo sempre. Insegnava nella scuola dove andavo io: lei ogni giorno ci stava un quattro-cinque ore, io otto. Dannato tempo prolungato.
Dal momento che io a casa c'ero prima delle otto e dopo le quattro e mezza -e mamma aveva lo stesso orario di lavoro- voi potreste pensare che appena uscita/e da scuola mamma e io stessimo sempre insieme, facendo tutto ciò che una mamma e una figlia insieme possono fare.
E invece ... non era proprio così scontato. Perché, finito l'orario scolastico, a mamma toccavano i collegi docenti (detti anche "collegi indecenti"), le riunioni, le programmazioni (che poi io non ho mai capito che diavolo programmavano!), interclasse, riunioni con gli altri insegnanti del circolo didattico, progetti di omicidio del dirigente scolastico, riunioni per il POF - che non è l'onomatopea delle feci che cadono nel gabinetto ma è il piano dell'offerta formativa (che io non ho ancora capito che cosa sia dopo tredici anni di scuola) - e le riunioni per la continuità sia con le materne che con le medie. Tutti i santi giorni. Quindi diciamo che mamma a casa prima delle sette e mezza di sera non c'era mai.
Cinque anni dopo, approdo alle medie. Grazie al cielo non ho più il tempo prolungato - yeeee! - e quindi torno a casa alle due. Mi aspetta un solitario pomeriggio in compagnia dei miei stramaledetti compiti. E li faccio. Non li capisco, ma li faccio.
E' lì che capisco la differenza tra mamma insegnante e papà informatico. Se non mi viene un'espressione in matematica, mamma me la spiega mentre papà la svolge e me la fa copiare senza spiegarmi i passaggi né dove ho sbagliato. E poi si chiedevano com'è che io di matematica non avessi mai la sufficienza se non grazie a qualche miracolo (o ai bigliettini con le formule nascosti dentro le tavole numeriche).
Al liceo...mamma chi la vede più? Davvero, non c'è mai a casa. E' sempre a scuola. Sempre in quella cavolo di scuola a insegnare a quei cavolo di alunni e a riunirsi con quei cavolo di colleghi coordinati da quel cavolo di dirigente scolastico. Mamma la mattina esce alle otto meno un quarto, insieme a me. Ma, a differenza mia, non torna mai a casa prima delle otto e mezza di sera. Una gioia, vero?
E va da sé che quando mamma torna a casa, dopo millanta ore di scuola, definirla isterica mi pare un eufemismo. Lo vedo che ha la testa che le scoppia e che ne ha per le balle di ascoltare i problemi che possono avere due figlie, una liceale e una ancora alle medie. Però io voglio fare due chiacchiere. Ma no: ha la testa che le scoppia. E allora va da sé che io mi chiudo nel mio mondo. E non è così difficile: basta mettere gli auricolari e attaccarli all'iPod o al computer. Non è affatto difficile. In quel mondo tutto ha senso, tutto funziona. E soprattutto, in quel mondo non mi sento sola. (E poi uno mi chiede perché mi piace stare da sola. Semplice: mi ci sono abituata)
Perché in effetti i figli degli insegnanti passano tanto tempo da soli. Gli insegnanti infatti mettono - come è giusto che sia - il loro lavoro prima della loro famiglia. Ogni tanto chiedevo a mamma se lei sapesse di avere un marito e due figlie, dal momento che c'erano dei giorni in cui non ci incrociavamo nemmeno per sbaglio girando per casa. Mi sentivo dire, giustamente, che quello era il suo lavoro e che di beccarsi tutte quelle riunioni non lo aveva scelto lei. "Mi sembra logico, sennò saresti una deficiente", pensavo.
Mamma trascorre molto più tempo con i suoi alunni che con me e con mia sorella. Ora io vivo fuori e questo è un altro discorso...ma mia sorella, che adesso ha 15 anni, sta passando esattamente quello che ho passato io quando avevo la sua età. (Sembra che stia parlando di un passato preistorico, ma giuro che non sono così vecchia!) Solo adesso forse si sta rendendo conto di cosa vuol dire avere una mamma che è sempre a scuola a fare dell'altro, e che quando hai bisogno di parlare con lei ha la testa che scoppia e l'unica cosa che vorrebbe è il silenzio assoluto. Che non ha, perché ha due figlie. O le figlie o il silenzio. Non hai altre possibilità di scelta, è un aut-aut. O per dirla in tedesco, è un entweder...oder.
L'insegnante, come tutti i lavori, richiede tanta pazienza, attitudine e ... nervi saldi.
Non si può fare contemporaneamente l'insegnante e il genitore.
O il lavoro o i figli.
Un avvocato lavora con documenti. Un informatico lavora con computer. Un biologo lavora con parameci e esserini unicellulari.
Un insegnante lavora per la formazione di persone che saranno gli adulti di domani. Hanno una responsabilità gigantesca. Non possono permettersi di svolgere il loro lavoro alla carlona (o per meglio dire: alla cazzo). Non possono nella maniera più assoluta. Quindi o questo o quello. Non tutti e due. A meno che tu non sia Wonder Woman: in tal caso... ok, tutti e due. Un insegnante, appena arriva a casa, finisce di frantumarsi i nervi dovendo star dietro ai figli. E poi è ovvio che il giorno dopo a scuola non ce la fa e fa la sua lezione con le scatole girate e senza nemmeno un briciolo di entusiasmo. (Ecco perché voi dite che gli insegnanti sono degli incompetenti)
Con questo non intendo dire che gli altri lavori sono meno faticosi, e non voglio neanche dire che solo i figli degli insegnanti vivono questa situazione.
Dico solo che PORCA DI QUELLA MISERIA il prossimo che viene a dirmi che gli insegnanti non si devono lamentare perché hanno due mesi di ferie d'estate, quindici giorni a Natale e una settimana a Pasqua e perché lavorano solo quattro ore al giorno per cinque giorni a settimana si prende una sprangata sulle gengive.
lunedì 28 settembre 2015
Giornata coralmente bella
Ieri i belliffimi (scoprirete presto perché) cori in cui canto si sono avventurati nella provincia di Pordenone. Obiettivo: una giornata corale.
Riassunta così.
Preparazione di divisa, cena al sacco e tutto ciò che un concerto richiede: 40 minuti. Di solito ci metto almeno due ore.
Viaggio in pullman durante il quale scopro che i miei spartiti sono al contrario rispetto alla scaletta di entrambi i concerti.
Si arriva sul posto. Ad accoglierci, un tiepido sole e tanti, tanti cori. Noi siamo uno dei tre cori ospiti, in fondo. Ci si mette la prima divisa: polo colorata e pantaloni neri. Foto arcobaleno con coristi sorridenti!
Primo concerto. Prima di noi canta un coro di alpini. Esattamente a metà della loro esibizione, le campane attaccano a suonare di brutto. E' mezzogiorno. E suonano per un casino di tempo. Non potete sapere i miei timpani come stavano.
E insomma, si canta. Pezzi mai provati, posizione mai provata, acustica ... facciamoci una risata. Non solo non sentivo le altre sezioni né tantomeno la tastiera...ma non sentivo nemmeno i miei vicini!
Un corista che attacca fuori tempo c'è sempre. Stavolta succede con "Nel blu dipinto di blu". Bene, abbiamo davvero inaugurato la stagione corale.
Non si capisce bene come, ma siamo arrivati alla fine.
Pranzo vicino a un coro di alpini che evocano il cibo armonizzando un "Gavemo fame!!!" molto apprezzato.
Ci si va a cambiare per il secondo concerto. Camicia nera, foulard rosso (che fa "veri veri profèscional") e pantaloni neri. E intanto fi fanno i felfie. I belliffimi corifti di Triefte che fanno i felfie. Tutto deriva da un'immagine stupidissima trovata su Facebook di non mi ricordo chi che dice "Facciamo un felfie!" e quindi siamo andati avanti così a fare foto decisamente demenziali. Ma ci siamo divertiti tantissimo.
Secondo concerto. Imperdibile un corista che, a dieci minuti dal concerto, tira fuori la grappa.
Dopo il concerto proviamo, insieme a un altro coro femminile, "Hallelujah" di Leonard Cohen arrangiato da un certo direttore di fama internazionale che chiameremo con il nome di fantasia di "Cadrega". Chi sta in ambiente corale sa di chi si parla, o lo può intuire facilmente. In ogni caso, Cadrega fa anche degli arrangiamenti fighi... ma non questa volta. Era l'arrangiamento più inutile della storia. Ma soprassediamo. Torniamo ai camerini: proprio là ha inizio la sfilata dei cori per le strade del paese.
La mia compagna di deliri, che chiameremo con il nome di fantasia di "Compagna di deliri", si fa prendere dall'entusiasmo. Senza nemmeno guardarci, nello stesso momento rievochiamo l'ignoranza di Enrico Papi urlando "MOOOOSECAAAAAAAA!!!!!!!!!!" Chi guardava "Sarabanda" su Italia1 sa di cosa parlo. Chi non lo guardava... beh, siete meno ignoranti di noi, e per questo vi invidio un po'.
Gli altri due brani d'insieme, oltre al brano arrangiato da Cadrega, sono due brani che chiameremo con i nomi di fantasia di "Reginaldo" e "Va' pensiero". Mentre il secondo forse sarà noto ai più, il primo decisamente non è riconoscibile. Si chiama "Canticorum jubilo", ma per noi è "Reginaldo". Quando lo abbiamo letto la prima volta, anziché "regi magno" abbiamo capito "Reginaldo". Mi raccomando, ci dicevamo a prova, nessuno deve ridere e nessuno deve cantare "Reginaldo" perché le parole sono "regi magno". E indovinate chi era il contralto esterno che ha sbagliato le parole e per poco non è stata assalita da un attacco di ridarola? Esatto. Poi ho scoperto che anche un soprano ha commesso lo stesso errore, e quindi mi sono sentita anche meno stupida.
Il secondo brano è "Va' pensiero", che possiamo anche chiamare "Il brano del corista che ziga" (Per i non triestini: zigar = urlare). Quando i coristi narrano che un corista - ieri assente - canta perennemente in playback meno "Va' pensiero" durante il quale ziga di brutto, non puoi pensare di non riuscire a ridere mentre sei lì sul palco. E ridendo sotto i baffi ancora un po' ti strozzi, respirando troppo di fretta e troppo presto e salvandoti in corner sulla nota lunga finale.
Ci si corre a cambiare, si zompa sul pullman e si torna a casina. Stanchi ma felici. Ma tanto stanchi eh.
E' stata davvero una bella giornata.
Non c'è niente di più bello di cantare in coro.
E' vero che quando canti i respiri di tutti vanno all'unisono, è vero che siamo tutti lì con tanta passione e tanto entusiasmo con la voglia di cantare bene ma soprattutto di divertirci.
Non nascondo che per me non è sempre stato così leggero cantare in coro. Ho avuto un lungo periodo di crisi dal quale sono uscita semplicemente trasferendomi a Trieste.
Un grazie davvero immenso a tutti i coristi perché mi fanno sentire in famiglia, perché sono sempre cocolissimi, perché mi fanno tanto ridere, perché sopportano le mie idiozie, perché ridono davanti ai miei appunti stupidi sugli spartiti, perché forse hanno capito che un minimo di potenziale ce l'ho.
E giusto ieri ho scoperto di essere l'unica non triestina del coro. E sono ben contenta di esserla.
Come diceva il vecchio Nietzsche, "Ohne die Musik wäre das Leben ein Irrtum".